Adalberto Mecarelli - L’Esprit du lieu


Conversazione con Adalberto Mecarelli
a cura di Paola de Ciuceis
Luce, materia, spazio, tempo. Sono questi i quattro elementi fondanti della ricerca artistica di Adalberto Mecarelli che, dagli anni Settanta in avanti trova specialmente nella luce il soggetto e l’oggetto stesso del suo lavoro artistico. Ne consegue un percorso che lo conduce alla creazione di sculture di luce da cui, nel tempo, derivano anche le originalissime opere che, realizzate in India, presenta Al Blu di Prussia sotto il titolo “L’Esprit du lieu”. Come nasce il suo interesse per la luce? Un artista, soprattutto uno scultore, si costruisce quasi sempre attraverso  legami intimi con la materia. La luce, in quanto «materiale» divenne il rivelatore di questa intimità fin dall’inizio nella mia formazione di maestro fonditore. Fui iniziato alla conoscenza della luce attraverso la pratica del fuoco, la fusione, l’incandescenza; un legame , comme direbbe Merleau-Ponty, «carnale» che fonderà tutti i miei lavori fin ad oggi. Come nei primi anni 70 ancor ora continuo ad essere affascinato dalla luce in quanto corpo invisible e mi lascio sedurre dal carattere infinito delle figure con cui essa puo`guidarci nella danza del cosmo. Siamo legati alla luce due volte doppiamente, come se la pista della danza si sviluppasse su di una banda di Moebius. Invisibile, essa rende visibili le cose e i pensieri. Quando noi fermiamo gli occhi, quanta luce c’è nell’immagine mentale del sole? E nel di lui sogno?  E nei miei sari di seta? Attività senza fine della presenza di un’assenza. Dalle sculture di luce alle foto-impressioni su tessuto, cosa resta e cosa continua della sua quarantennale ricerca? L’essenziale. Le mie sculture di luce, in un certo senso, hanno sempre un’esistenza effimera perché l’energia che è loro necessaria non può essere mantenuta costantemente. Le mie foto-impressioni, impronte fotografiche al nitrato d’argento, possono essere considerate come un tentativo di trattenere la luce riutilizzando il processo del visibile e trasformandolo in memoria vivente.


“L’Esprit du lieu”, come nasce il lavoro di questa esposizione?
Comprendere lo spirito di un luogo è per me una esperienza molto importante, un tentativo di abitare l’oscuro. Questa mostra presenta tracce del mio ultimo viaggio in India ma nasce da una pratica artistica iniziata nel 1987 a Ginostra e mai più interrotta tutto il lungo di un percorso che mi ha spinto ad esplorare luoghi rari, talvolta vicini, in Toscana, in Umbria, in Provenza , talvolta lontani, in Giappone, in India, in Corea. Ad ogni tappa, quando l'occasione si presenta ho cura di annotare su supporti culturalmente legati ai luoghi stessi come, appunto, dei tessuti e, in questo caso specifico,la seta di sari e dhoti indiani – proprio come in un diario - certe figure caratteristiche della luce; spesso queste figure sono state scoperte fortuitamente in luoghi fortemente caratterizzati dall’architettura dove, come nei templi indiani, i raggi del sole talvolta possono irrompere in maniera sorprendente e rivelare gli spazi più nascosti. I miei studio sui movimenti della luce solare, condotti essenzialmente in India, negli osservatori di Jaipur, Benares e Ujain, mi hanno appreso a prevedere le evoluzioni di una figura di luce solare e decidere quand dovro` fissare gli istanti che corrispondono di più all'intuizione del momento. Cio`che realizzo allora sono letteralmente delle "istantanee" o, più precisamente "fotografie in movimento" poichè, iniziate in luoghi lontani, esse continuano il loro viaggio attraverso la luce cui via via vengono esposte per un processo fisico che si protrae sino alla consunzione del supporto stesso divenendo coisi` forme fortemente significanti de " l'esprit du lieu".

Diana Gianquitto

 

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