Alessandro Busci - Iron&Ivory


Al Blu di Prussia dà inizio al XI anno di attività con “Iron&Ivory”, la nuova personale pittorica di Alessandro Busci alla sua terza mostra in città.
In esposizione, un corpus di circa 30 opere di vario formato (dal grande, al medio, al piccolo) con le quali, tutte smalto su acciaio corten, si conferma la predilezione dell’artista per questo particolare supporto industriale. Fanno eccezione 3 lavori, sempre a smalto, ma su carta.
Filo conduttore la natura e il bianco avorio, le composizioni rappresentano tutte temi particolarmente cari all’artista: cave, boschi di betulle, vedute napoletane, tornadi, montagne e marine dipinte con quei suoi inconfondibili contrasti di luce.

 

Alessandro Busci
Il suono bianco

Chiara Gatti

In un testo splendido del 1981, Giovanni Testori, affrontando la ricerca di Nicolas de Staël, definì il grande pittore russo (naturalizzato francese) un “naufrago della luce”. Davanti alle opere di Alessandro Busci tornano alla mente le parole di Testori perché lo sguardo è scosso dallo stesso senso di naufragio e sublime inabissamento dentro un bagliore diffuso. Nelle serie più recenti delle cave, dei boschi di betulle, delle cime innevate o delle ultime marine, Busci approda infatti a una definizione del bianco che tocca punte aguzze di fulgore. «Quale bellezza, quale tragicità di splendori, quale vampa ed eternità di luci!» raggiungeva de Staël nei suoi paesaggi scomposti come spettri di colore inondati dal sole. Non sono diversi i muri di luce che salgono lungo le pareti a picco di Carrara, vertigini di marmo affettate dall'acciaio; Busci le trasforma in potenti geometrie, solidi di pietra nello spazio assoluto.
Lo stesso bianco d'avorio punteggia i tronchi friabili delle betulle che si sfogliano nel silenzio di un sottobosco. Qui la luce che filtra dall'alto della macchia, incenerisce la nitidezza del tratto. I pennelli giapponesi garantiscono linee di confine esatte ma lasciano poi al gesto istintivo la maceranza delle ombre. Così, osservando il mare che si arrotola nella baia, dal blu profondo delle acque mosse affiora la schiuma. Prima di infrangersi contro la banchina, diventa vapore acqueo, fresco ma soffocante. «Quando la neve si scioglie, dove va a finire il bianco?» si chiedeva Shakespeare. E quando l'onda si rompe? Il bianco svanisce nell'aria. Ma Busci lo cattura prima che ciò accada. Sugli speroni di roccia delle montagne più impervie, i ghiacciai restano aggrappati con ostinazione. Non c'è estate sulle vette di Busci. Il bianco sedimenta come un deposito calcareo nella biosfera.
Pittore “di materia”, erede della lezione di Antoni Tàpies o Anselm Kiefer, insegue la germinazione spontanea, l'ebollizione primordiale di una sostanza che muta a contatto con un altro reagente. Questo succede nel momento in cui gli smalti scivolano sulle lastre ossidate del corten. La ruggine non è mai stata così colorata. Busci indirizza gli esiti con pratiche alchemiche. Aumenta le dosi d'acqua, lascia che i fluidi scorrano in sottotraccia, trovino canali ipogei per erodere il metallo e poi sgorgare da faglie nascoste generando improvvise fioriture. Tornano in mente certi scultori moderni che, per prassi, lasciavano i propri gessi all'aria aperta, affinché gli eventi atmosferici, vento, sole, pioggia, ne graffiassero la pelle, rosicchiandone l'anima.
Nelle sue città bruciate dal tramonto, nel cielo pesto sopra le ciminiere, nelle architetture di calcestruzzo, nelle tempeste raggrumate sulle autostrade, persino nei vulcani dalle eruzioni ematiche (meravigliose creature risvegliate nella notte), Busci ci aveva già convinti che il linguaggio della materia fosse fatto di mutamenti lenti e graduali laddove il magma del colore si cristallizza punteggiando la superficie di efflorescenze. Non a caso Busci, l'alchimista, parla spesso di reazioni chimiche, geologia, formazione delle pietre preziose. Il suo immaginario corre alle tensioni sismiche contenute nel ventre della terra. Solo che adesso, dopo giorni di cenere e fuoco, di profili urbani incendiati dal crepuscolo, la materia restituisce il candore originario e verginale del bianco. Cattedrali di marmo o di neve si ergono all'orizzonte. «Il bianco – diceva Kandinskij – è un mondo così alto rispetto a noi che quasi non ne avvertiamo il suono, è un nulla prima dell’origine».
Ma, se il bianco di Busci ha un suono impalpabile e il suo valore espressivo scava alle origini della forma, viene il dubbio sul ruolo dei soggetti. Tanta letteratura romantica che tende a ricondurre l'iconografia della montagna o del mare in burrasca all'Inghilterra di Turner o del sublime malefico, dovrebbe fare i conti con la vocazione rigorosa di un pittore che “costruisce” il paesaggio prima di interiorizzarlo. E che costringe la materia a reagire duramente per testarne il punto di rottura. Insomma, Busci usa il paesaggio come Ferroni usava gli oggetti. Come un alibi per indagare qualche cosa di più “alto”, per citare Kandinskij. Ovvero luce, spazio, mistero del creato. Questo spiega la magnifica ossessione con cui torna su inquadrature identiche con caparbietà rituale.
I boschetti di betulle non sono l'ameno scenario di una favola ottocentesca. Il bianco scandisce il ritmo di una composizione perfetta. Togliete un tronco e crollerà l'eufonia. Le geometrie immacolate di Carrara sono astrazione allo stato puro. I sentimenti della montagna violata lasciamoli ai giganti del divisionismo. Busci controlla il panorama con la destrezza di uno scacchista, salvo poi chiedere alla materia di fare il suo corso; coagulandosi, rapprendendosi, screpolandosi, sollevando ciuffi inattesi. Non so se certe concessioni all'azzurro alludano a squarci di cielo dopo la tempesta. Restano l'alibi di un racconto. Posti in relazione al bianco, blu e celeste ne esaltano il candore. La ricerca dell'assoluto si gioca su questo calcolato equilibrio di pesi e di relazioni virtuose fra forma esatta e materia ribelle, fra il bianco e tutto il resto del mondo.

 

Chiara Gatti


Biografia

Alessandro Busci, pittore e architetto, vive e lavora a Milano. Laureato al Politecnico di Milano con una tesi in Storia dell’Arte (prof. Flavio Caroli), Busci indaga le potenzialità dello scambio fra le tradizioni iconografiche occidentali e orientali e la sua produzione si distingue per la forte valenza del segno, pittorico e calligrafico, realizzato su supporti non convenzionali come acciaio, rame e alluminio lavorati con acidi e smalti o sulla più tradizionale carta.
Inizia a esporre nel 1996 alla 36a edizione del Premio Suzzara e sue personali sono state allestite a Milano, Roma, Brescia, Torino, Londra, Bordeaux, Madrid, Milano, Bilbao, San Francisco e Napoli. Dal 1997 collabora con l’Atelier Mendini contribuendo alla realizzazione di vari progetti di architettura, deco-
36 razione e allestimento, tra cui la mostra itinerante di Telefono Azzurro e i wall-art per la catena di ne- gozi Swatch. Nel 1999 si aggiudica il primo premio al concorso veneziano “La Fenice et des artistes” e presso la Galleria Antonia Jannone (Milano) espone con la personale “Acqua sporca. Luce marrone.
Luce”, cui segue nel 2002 “Steel Life”.
Nel 2003 lo Spazio Poltrona Frau di Londra ospita una sua personale mentre nel 2004 viene invitato alla XIV Esposizione Quadriennale d’Arte (An- teprima Torino) ed è tra i finalisti della V edizione del Premio Cairo Communication. Per i dieci anni di attività espositiva, nel 2007, Italian Factory or- ganizza una personale su due sedi (presso l’Istituto italiano di cultura a Madrid e all’Istituto dei Ciechi di Milano) e sue opere sono incluse in “The New Italian Art Scene”, progetto collettivo ospitato dal Taipei Fine Arts Museum a Taiwan, e nella mostra “Arte italiana 1968-2007. Pittura” ideata da Vit- torio Sgarbi (Palazzo Reale, Milano). Nel 2008
hanno luogo “8”, personale presso la Mark Wolfe Gallery di San Francisco (CA, USA), e “Cor-Ten”, importante progetto che comprende cinquanta opere di grande formato su ferro che raccontano gli spazi della città contemporanea, esposto a To- rino in concomitanza con T2 Triennale d’Arte Contemporanea e successivamente alla First Gal- lery di Roma (2009).
Nel 2010, in occasione del China Trade Award, Bu- sci e Cathay Pacific presentano alla Triennale di Mi- lano il volume Airports, e nello stesso anno l’artista partecipa alla Biennale di Venezia nei padiglioni ita- liano e cubano. Nel 2012 ha luogo la personale “Milano-Napoli” alla Galleria Al Blu di Prussia di Napoli, che prosegue idealmente con “Fuoco su Napoli” nel 2014. Nel 2012 Flavio Caroli cura l’an- tologica “Omar Galliani | Alessandro Busci – Un passaggio di generazione (centro di gravità perma- nente)” al Museo MAGA di Gallarate (VA).Nel 2014 la grande personale alla Triennale di Milano, “In Alto Milano”, 90 opere dedicate al nuovo svi- luppo della città verticale, curata da Ada Masoero. Nel 2018 Sea invita Alessandro Busci per la per- sonale MILANO FLY ZONE che occuperà lo spazio detto Soglia magica - La Porta di Milano - Aeroporto di Milano Malpensa, Terminal 1 da aprile 2017 fino a marzo 2018, mostra vista da ol- tre 2 milioni e mezzo di passeggeri in transito.

Tra le pubblicazioni più significative si ricordano i volumi Alessandro Busci, Skira, Milano 2007; Cor-ten, Electa, Milano 2008; Busci Biennale, Ma- retti Editore, San Marino 2011; Omar Galliani | Alessandro Busci – Un passaggio di generazione (centro di gravità permanente), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2012.