Custodi di fuoco – Matteo Pugliese

25 marzo 2022_30 settembre 2022

“Custodi di Fuoco”, prima personale napoletana in galleria dello scultore Matteo Pugliese.

In esposizione una serie di opere scultoree appartenenti ai tre cicli figurativi che determinano la produzione dell’artista: gli “Extra Moenia” tormentati corpi che emergono dirompenti dalle pareti dello spazio espositivo; i “Custodi” vivaci samurai in terracotta e bronzo tutti diversi tra loro e dai colori cangianti; i preziosi “Scarabei”.

Filo conduttore il fuoco, da sempre espressione della vitalità della città dominata dal Vesuvio ed elemento simbolo dei lavori di Pugliese il quale, modellando con forza forme di argilla, esprime la sua voglia di rompere gli schemi e mettere in discussione se stessi e il senso comune. Per evidenziare lo stretto legame tra il fuoco e le sue ceneri, l’artista ha voluto dare agli Extra Moenia inedite patine di colore, virando dal rosso fuoco, al nero assoluto del bruciato della lava.

Matteo Pugliese, nato a Milano e cresciuto in Sardegna, sin da bambino l’artista si appassiona alla modellazione grazie anche all’influenza di Pinuccio Sciola, amico di famiglia e scultore celebre per le sue pietre sonore.  Dopo un primo periodo di sperimentazione in cui realizza per lo più figure di animali, si dedica successivamente a personaggi tratti dai fumetti di Hugo Pratt e Andrea Pazienza. Nel 1995 si laurea in Lettere Moderne, a Milano, con una tesi di critica d’arte ma già dal 1988 realizza i primi soggetti della serie Extra Moenia; la sua prima esposizione, autofinanziata, nel 2001 è l’inizio di una carriera che nei successivi vent’anni si consolida con oltre trenta mostre personali in Italia e all’estero.

Custodi di fuoco

Un volto che si manifesta inatteso e inaspettato nel fluire dei giorni della vita è la rappresentazione più chiara di cosa possa essere il rinascere, il ritornare alla luce, l’apparire ancora; poi una gamba e un braccio, infine un corpo intero che si contorce.

Nelle sculture di Matteo Pugliese, presentate in occasione di questa prima personale napoletana Al Blu di Prussia, si percepisce una forza che è innanzitutto voglia di rompere i margini, una messa in discussione di se stessi e del senso comune che ci permea e ci modella come forme di argilla.

Dalle pareti dello spazio espositivo emergono corpi che innanzitutto dialogano con la memoria, con il tempo, facendo in modo che quest’ultimo possa non finire mai e il nostro incontro con chi è andato via si perpetui ancora.

Come spesso accade nella vita, le cose più intense e profonde hanno a che fare con una perdita, spingendoci a lambire punti di una riva talmente lontani, da avere bisogno di un segno, di una presenza che consoli, che protegga e custodisca pur in assenza.

Le sculture dell’artista si spingono fuori dalla rigidità del muro e gridano un silenzio doloroso che è il riflesso profondo della nostra coscienza: non c’è traccia di formalismo o apparenza, né retorica, ma solo tormentata emozione.

Matteo Pugliese, nasce a Milano e cresce in Sardegna.

La passione per la modellazione si fa strada in lui già da bambino e lo porterà ad abbandonare il disegno per la lavorazione dell’argilla, grazie anche all’influenza di Pinuccio Sciola, amico di famiglia e scultore celebre per le sue pietre sonore. Dopo un primo periodo di sperimentazione in cui realizza per lo più figure di animali, si dedica successivamente a personaggi tratti dai fumetti di Hugo Pratt e Andrea Pazienza.

Rientrato a Milano, dove si laurea in Lettere Moderne, con una tesi in critica d’arte, nel 2001 è protagonista della sua prima personale, consolidando da quel momento la sua carriera attraverso esposizioni a Bruxelles, L’Aja, Hong Kong, Seoul, New York, Londra, Saint Moritz, Lugano, Anversa, Milano e Roma, entrando a far parte di prestigiose collezioni private e museali, come ad esempio il Museum Aan de Stroom ad Anversa, o il Palazzo Merulana a Roma.

Per la galleria Al Blu di Prussia Pugliese ha eseguito una serie di opere scultoree appartenenti ai tre cicli figurativi caratterizzanti la sua produzione artistica: gli Extra Moenia, i Custodi e gli Scarabei, che dialogano fra loro e con la città, attraverso un preciso fil rouge, il fuoco, anima dei suoi lavori ed al tempo stesso, da secoli, presente nelle viscere della terra partenopea e nel Vesuvio. Ed è proprio per evidenziare questo stretto legame tra il fuoco e le sue ceneri, che Pugliese ha voluto dare agli Extra Moenia inedite patine di colore, virando dal rosso fuoco, al nero assoluto del bruciato della lava.

La forza fisica e la tensione spirituale che impiegano i suoi personaggi per uscire dal muro, sono il riflesso profondo della spinta esistenziale dell’artista verso la libertà e l’affermazione della propria personalità. I corpi tendono ad uscire da uno spazio non violato ed inviolabile, emergono, ma non del tutto, e questo “non finito” inevitabilmente evoca i nomi di Auguste Rodin, di Michelangelo Buonarroti, fino ai calchi pompeiani emersi dopo secoli dalle viscere della terra vesuviana.

“Questo è Matteo Pugliese, uno scultore di assoluta e rigorosa integrità nella sua vocazione, che è quella appunto di ripercorrere le strade dei padri, i grandi scultori della storia dell’arte, da Rodin a Medardo, a Martini, per non azzardare altri palesi confronti con la plastica monumentale di autori del Cinque – Seicento. Eppure questa contaminazione di linguaggi, questi prelievi anche non troppo sottaciuti, che si rivelano sul piano formale e in molte titolazioni delle sue opere, costituiscono un miscuglio straordinario ed originalissimo di nuove, visionarie proposte scultoree, dove il modellato antico si coniuga con un immaginario fantastico del tutto attuale, capace di mettere in gioco costantemente l’intelligenza della sua fervida regia”.[1]

Il legame con il fuoco è presente anche nei Custodi Samurai, in terracotta e bronzo, simbolo di forza e potente corporeità, che in opposizione ai tormentati Extra Moenia, infondono un senso di sicura tranquillità e protezione. Caratterizzati da vivaci colori cangianti, tutti diversi fra loro, a seconda dell’incidenza della luce, mutano in tono e brillantezza, come se fossero ravvivati dal fuoco ardente.

Anche rispetto a questi lavori, Pugliese dimostra che il dialogo con il passato è determinante, ispirandosi nella scelta del soggetto, alle mitologiche figure protettrici degli spazi sacri, portatrici di forza, fiducia ed equilibrio. Un tema millenario questo, ricorrente nella storia dell’umanità, che ha attraversato le epoche e le civiltà con la stessa urgenza che l’artista da uomo contemporaneo, avverte, ma come rilettura, come un gioco di richiami e di suggestioni, come una risonanza storica di un’esigenza millenaria e archetipica calata nella contemporaneità, una necessità da parte dell’uomo di rivolgersi al trascendente, forse per alleviare la consapevolezza della propria finitudine.

E la sintesi di questa visione va rintracciata proprio in uno degli inediti Scarabei esposti in mostra, che può essere concepito come un vero e proprio omaggio alla forza della vigorosa energia partenopea, poichè all’interno del suo guscio contiene il fiore della ginestra, amata e cantata da Leopardi, simbolo di forza e resistenza alle avversità della natura.

 

Maria Savarese

 

[1] Gabriella Belli, in Matteo Pugliese, Spiriti ostinati, 2016, pag.15.

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